
Qualche giorno fa sono partito insieme al mio gruppo di utenti e operatori del Centro Diurno “La Bussola” di Vittorio Veneto e della CAB di Solighetto per una visita che non dimenticherò facilmente. Siamo andati a Gorizia per vedere la mostra fotografica “Dove gli occhi non arrivavano”, ospitata al Museo di Santa Chiara.
Fin dall’inizio ho capito che non sarebbe stata una semplice uscita, ma un vero viaggio dentro la memoria e la coscienza collettiva. La mostra racconta la figura di Franco Basaglia, un medico che ha cambiato profondamente il modo di vedere la salute mentale. Negli anni ’60, proprio a Gorizia, ha dato il via a una rivoluzione culturale che ha portato, nel 1978, alla Legge 180, con la chiusura dei manicomi in Italia.
Le fotografie che ho visto non erano semplici immagini: erano testimonianze forti, dirette, impossibili da ignorare. Gli scatti di Gianni Berengo Gardin, Raymond Depardon e Ferdinando Scianna mi hanno mostrato la realtà degli ospedali psichiatrici di allora: luoghi chiusi, freddi, dove spesso le persone vivevano in condizioni disumane.
Alcune immagini mi hanno colpito profondamente: persone chiuse in gabbie, con camicie di forza o vestiti logori che ricordavano quelli dei campi di concentramento. In quei momenti ho provato tristezza, disagio e anche un po’ di paura.

Durante la visita siamo stati accompagnati da Chiara, la guida, che con grande sensibilità ha aiutato tutti noi a comprendere il messaggio di Basaglia. Mi ha colpito molto quando ha spiegato che le istituzioni totali, come i manicomi, non curavano davvero le persone, ma spesso peggioravano la loro condizione. Molti venivano rinchiusi non perché malati, ma perché non si adattavano alle regole della società di quel tempo.
Guardando quelle fotografie, però, non ho provato solo dolore. Dentro di me è nata anche una nuova consapevolezza, e persino un senso di orgoglio. Ho visto non solo la sofferenza, ma anche i primi segnali di cambiamento: piccoli spiragli di libertà, gesti di umanità, volti che iniziavano a riemergere dall’invisibilità.
Ho capito che quelle immagini raccontavano un passaggio fondamentale: dalla segregazione all’inclusione, dalla paura alla comprensione.
È stato proprio lì che ho compreso davvero l’importanza del lavoro di Basaglia e della Legge 180 del 1978. Non si è trattato solo di una riforma sanitaria, ma di una rivoluzione umana e sociale che ha restituito dignità alle persone.
Questa esperienza mi ha fatto riflettere profondamente. E parlando anche con gli altri, ho sentito che questo pensiero era condiviso: senza quel cambiamento, probabilmente oggi le nostre vite sarebbero molto diverse.

Sono tornato a casa con una consapevolezza forte: quelle persone non erano “solo malati”, ma esseri umani con una storia, emozioni e dignità.
E ogni fotografia sembrava dirci proprio questo: imparare a guardare davvero, anche dove gli occhi, da soli, non arrivano.